ImaginareaDaily
A novembre 2020 Inarea compiva quarant’anni e, a gennaio 2021, il Calendarea toccava il suo trentesimo anniversario.
Per festeggiare idealmente questi due compleanni con lo zero, è stato pensato di dedicare ad amici e lettori un’immagine al giorno per tutto il 2021.
È nata così Imaginarea Daily: un modo per augurare buona giornata con ironia e leggerezza.
Il valore della coerenza
Il rebranding di uno studio legale è un momento di sintesi identitaria, allineamento strategico e ridefinizione del rapporto con i clienti e il mercato. Nel caso di Improda, affidato a Inarea, il percorso nasce da un’evoluzione interna dello studio legale e si traduce in una riflessione più ampia su comunicazione, coerenza e fiducia. Ne parliamo con Alberto Improda, fondatore dello Improda Studio Legale, realtà attiva da oltre trent’anni e oggi organizzata come gruppo multidisciplinare al servizio delle imprese.
Quali necessità vi hanno portato al rebranding?
L’esigenza nasce da un passaggio molto concreto: all’inizio del 2025 abbiamo allargato la partnership, rendendo soci alcuni professionisti con noi da anni. È stato un momento di crescita naturale ma anche simbolico. E sentivamo il bisogno di rappresentare visivamente questa nuova fase. A questo si è aggiunta un’esigenza più strutturale: negli anni lo studio si è evoluto in un gruppo articolato, affiancando all’attività legale i servizi di consulenza alle imprese. La crescita, però, era avvenuta in modo non uniforme e con identità visive diverse. Il rebranding è stato quindi l’occasione per dare un’immagine comune e coerente a realtà che, pur lavorando insieme, si presentavano in modo disallineato.
Il rebranding è un processo di sintesi: che cosa avete compreso dalla rilettura della vostra identità?
È stato molto più complesso di quanto immaginassi: credevo fosse solo un intervento tecnico, ma si è trasformato in un vero percorso di introspezione. Il confronto, sia interno sia con i professionisti di Inarea, ci ha portato a esplicitare valori e visioni che non avevamo mai davvero messo a fuoco. Sono emerse anche differenze di sensibilità: da un lato approcci più tradizionali, dall’altro visioni più innovative. Il punto non è stato trovare un compromesso, ma una sintesi autentica. Il risultato finale – un master brand capace di unire studio legale e consulenza – rappresenta proprio questa consapevolezza: siamo un’unica realtà, con competenze diverse ma integrate.
Quanto è importante curare l’immagine dello studio in modo coerente e strategico?
È fondamentale. Il rebranding ci ha aiutato non solo a presentarci meglio, ma anche a lavorare in modo migliore. Prima, quando un cliente necessitava di servizi non strettamente legali, il passaggio alla nostra società di consulenza poteva generare incertezza. Oggi, grazie a un’identità unitaria, questo passaggio è naturale. Parallelamente, abbiamo scelto di affidarci a professionisti per la gestione della comunicazione, in particolare sui social. Anche qui la parola chiave è coerenza: una crescita graduale, senza scorciatoie, nel rispetto della reputazione dello studio.
Cosa significa alimentare la fiducia di uno studio legale attraverso il branding?
La fiducia è centrale; lo è sempre stata nella professione forense ed è oggi un elemento chiave anche del branding. La fiducia si costruisce attraverso la coerenza. Se il brand promette qualcosa, deve mantenerlo nel tempo. È questo che rende credibile una realtà agli occhi dei clienti. Anche osservando casi recenti, è evidente come la percezione di coerenza o incoerenza possa fare la differenza. Per uno studio legale, questo significa allineare comunicazione, valori e comportamento professionale. Il brand non è un involucro: è la manifestazione visibile di ciò che si è davvero.
Il premio a un “disognatore”
Fondatore di Inarea nel 1980, Antonio Romano è tra i protagonisti della cultura del progetto in Italia. Nel corso degli anni ha plasmato l’identità di imprese e istituzioni entrate nella memoria collettiva – Aci, AC Milan, Anas, Autostrade per l’Italia, Biennale di Venezia, Cgil, Cisl, Confcommercio, Confindustria, Coni, Enel, Eni, Frecciarossa, Ilva, Italo, Maxxi, Rai, Snam, Tim, Treccani, Webuild, per citarne alcune – attraversando trasformazioni economiche, tecnologiche e sociali che hanno ridefinito il legame profondo tra brand, media e persone. Il XXIX Compasso d’Oro ADI alla carriera riconosce non solo il valore del suo lavoro, ma anche la capacità di aver interpretato il design come strumento culturale, capace di leggere il presente, intuirne i cambiamenti e plasmare un’idea di futuro.
Che cosa significa ricevere il Compasso d’Oro alla carriera?
È il riconoscimento di un percorso in cui il design è stato sempre considerato come un mezzo per dare valore alle cose materiali e immateriali: il fine resta sempre l’identità. Un mondo migliore è anche un mondo più bello. Quando l’arte ha smesso di mettere al centro il bello, quello spazio lo ha occupato il design: prima attraverso la funzione, poi creando relazioni, empatia, appartenenza.
Una carriera che coincide con l’evoluzione della brand identity contemporanea
Negli anni Settanta la pubblicità apriva ai prodotti un mondo nuovo. Negli anni Ottanta nasce invece il concetto di relazionalità: capiamo che tutto ciò che esiste comunica. All’epoca, le aziende moltiplicavano i marchi: un brand per ogni prodotto. Noi invece abbiamo lavorato nella direzione opposta, verso la definizione di un unico riferimento identitario, in grado di dare rappresentazione a più elementi, anche eterogenei tra loro. Con la CGIL, per esempio, quel quadrato rosso diventò un contenitore capace di unire storie diverse. È stato un cambio culturale: non esaltare ciò che ci appartiene, ma ciò a cui apparteniamo.
Oggi, nell’epoca dei social e delle community, questo tema dell’appartenenza sembra ancora più centrale.
Certo. Il successo di un brand dipende da quanti soggetti lo sentono come proprio. Le persone vogliono appartenere a mondi nei quali si riconoscono. È una dinamica che oggi gli algoritmi amplificano continuamente. Per questo il “purpose” sotteso alla brand identity è diventato decisivo: non conta soltanto il cosa fai, ma il perché lo fai.
Quali sono stati i momenti di svolta nella storia di Inarea?
Dopo CGIL, sono arrivati Finmeccanica, Enichem e ILVA a darci credibilità. Il rebranding della RAI è stato poi un passaggio decisivo perché quel progetto è entrato nelle case della gente. Bastava dire “quelli della farfallina” e tutti capivano chi fossimo. Ma altrettanto impressi nella memoria di tutti potrei nominare CartaSì, perché trasformammo i “Servizi Interbancari” in un nome semplice e familiare, adatto a una società che stava entrando nella quotidianità digitale dei pagamenti, o anche La Biennale di Venezia: un progetto quasi provocatorio, un’identità non ortodossa e dirompente per un’istituzione storica.
Quel marchio RAI è ancora vivo nell’immaginario collettivo, nonostante sia stato sostituito da oltre 15 anni, perché?
Perché era una forma polisemica, cioè un marchio capace di generare più letture e più significati contemporaneamente. Da lontano vedevi una farfalla, poi scoprivi due profili che si guardavano: il simbolo del dialogo e del superamento della televisione broadcast. In quegli anni avevamo già intuito che il modello da “uno a molti” sarebbe finito e che il digitale avrebbe trasformato tutto in una relazione più interattiva, passando da uno a uno e da molti a molti.
Quali altri eventi storici hanno altrettanto contribuito a ridefinire la rappresentazione del brand?
La crisi economica, che in Italia si sommò a quella politica con Tangentopoli, ci colpì duramente: eravamo una struttura indipendente e affrontammo anni difficilissimi, riuscendo tuttavia a non licenziare nessuno. In seguito, la crisi di Lehman Brothers cambiò radicalmente il mercato globale. Fino a quel momento, internet aveva aperto possibilità enormi anche a realtà indipendenti come la nostra: ricevevamo richieste da ogni parte del mondo, in particolare dai mercati emergenti che, vedendo online un nostro progetto, ci contattavano direttamente. Avevamo costruito anche una rete internazionale di partner, ma il crollo finanziario fece svanire quei flussi, portando il mercato a concentrarsi sulle grandi multinazionali del branding o della consulenza strategica. Nel frattempo, il digitale stava già modificando il linguaggio stesso del brand: un cambiamento avvenuto quasi in silenzio, come una nevicata di cui ti accorgi solo quando, aprendo la porta, trovi tutto il paesaggio intorno trasformato! I touchpoint sono diventati immateriali, accrescendo il peso della parola e dell’interfaccia. Nel mondo digitale, cambiare identità non significa più sostituire insegne, materiali fisici o reti commerciali, ma aggiornare interfacce, applicazioni e ambienti online. Le Big Tech hanno scandito un nuovo ritmo di cambiamento e il ciclo di vita dei brand si è accorciato drasticamente.
Quali altri eventi storici hanno altrettanto contribuito a ridefinire la rappresentazione del brand?
L’11 settembre 2001 ha infranto la felice illusione della globalizzazione, seguita alla caduta del Muro di Berlino (1989), traghettandoci nella post-globalizzazione di oggi. In questo passaggio, la promessa di un’integrazione lineare e di un mercato mondiale si è scontrata con la realtà di una profonda frammentazione geopolitica e il ritorno di barriere economiche e culturali. L’identità è passata da concetto di appartenenza valoriale a espressione di alterità e radicalizzazione, spostandosi progressivamente sulla cultura del corpo e della pura rappresentazione estetica. Nella brand identity, questo scenario ha segnato il tramonto del simbolo “araldico” statico a favore delle nuove regole del branding “liquido”: non si presidiano più valori rigidi e specifici, ma si governano linguaggi e racconti flessibili declinati per diverse categorie di pubblico.
Oggi l’intelligenza artificiale permette di creare un logo in pochi secondi. Che cosa resta del mestiere del designer?
L’AI è uno strumento magnifico, purché non si metta una pistola in mano ai bambini. L’intelligenza artificiale apre possibilità enormi, permettendoci di risparmiare tempo e di arrivare a esplorazioni che, seguendo i metodi tradizionali, ci costerebbero molto più impegno, ma non sostituisce la sensibilità. Continuo a credere che un progetto funzioni quando genera un impatto emozionale e poi trova una verifica razionale. La passione resta una prerogativa unicamente umana.
Chi è un buon comunicatore oggi?
Chi riesce a mantenere un “purpose” autentico. La comunicazione non è più trasmissione verticale: non esiste più lo spettatore passivo, a funzionare è solo la creazione di appartenenza. Vince cioè chi costruisce comunità nelle quali le persone si sentano accolte e rappresentate. Ed è per questo che è urgente riaffermare il design come motore strategico ed economico per il nostro Paese. Dobbiamo sottrarlo alle logiche dell’effimero e del puro trend commerciale per riportarlo su un piano più profondo della cultura del progetto, valorizzandolo come patrimonio collettivo. Perché se l’identità è la sostanza che ci lega, è attraverso il design che giudichiamo il mondo.
Care amiche, cari amici,
dal 1980, la passione per questo lavoro è sempre stata la nostra vera materia prima. Passione che premia la fatica e a volte è premiata: mi è stato conferito il Compasso d’Oro alla carriera, il più alto riconoscimento del design italiano.
Un premio che abbraccia idealmente tutto il percorso professionale e mi induce a rileggere cinquant’anni della mia vita attraverso i brand disegnati per imprese, gruppi industriali e istituzioni. Molti di questi progetti sono entrati a far parte della memoria collettiva, ma sono tutti il risultato di un’azione corale.
Considero Inarea una comunità prima ancora che un’impresa ed è questa dote ad aver dato profondità ai legami tra colleghi, partner, fornitori, clienti e amici, incontrati in questo lungo cammino. Sono le persone con cui sento di voler condividere questo riconoscimento e a cui va la mia gratitudine per l’immancabile sostegno.
A tutte, un ringraziamento sentito e sincero per aver reso possibile questo percorso: un bel traguardo, che per noi significa un nuovo punto di partenza. Per fare ancora meglio, con rinnovata passione.
Ancora grazie e un caro saluto.
Antonio Romano
Law Firm: la rivoluzione silenziosa
L’evoluzione degli studi legali sta avvenendo in modo rapido e profondo attraverso l’integrazione tra nuovi modelli organizzativi, innovazione tecnologica e logiche di mercato sempre più complesse. In questo scenario, il brand diventa uno strumento strategico per ridefinire identità e posizionamento delle law firm. Ne parliamo con Mario Suglia, Partner e Managing Director di Inarea, per una lettura trasversale tra diritto e design delle relazioni.
In che cosa si sono trasformati oggi gli studi legali?
L’avvocato oggi è sempre più un advisor, una figura pro-attiva capace di anticipare scenari e accompagnare il cliente in scelte strategiche di natura legale. A questo cambiamento di ruolo si aggiunge il fattore decisivo della tecnologia: attraverso l’integrazione sistematica di strumenti come l’intelligenza artificiale, gli studi legali diventano delle “piattaforme di servizi” dove persone e tecnologie convivono e ridefiniscono processi e competenze. Parallelamente cresce la multidisciplinarietà: l’avvocato non è più un professionista “isolato”, ma, in base agli ambiti di intervento, dialoga e collabora con altre discipline: dal tributario alla consulenza di impresa. Questa ibridazione porta naturalmente a fenomeni di aggregazione: gli studi tendono a fondersi, a strutturarsi come organizzazioni complesse, spesso in forma societaria (sta – società tra avvocati), per rispondere alla crescente complessità del mercato. È difficile oggi immaginare un professionista che opera da solo che sia competitivo: la dimensione collettiva diventa un asset strategico, perché consente di offrire competenze integrate e maggiore solidità.
Come si collega questa evoluzione alle logiche del branding?
Il punto chiave è il passaggio dalla singola persona (ognuno di noi ha ormai il suo personal branding) al gruppo, alla società (il corporate branding). Tradizionalmente la scelta è sempre caduta sul singolo avvocato. Oggi, soprattutto in ambito societario, si predilige sempre più lo studio. Questo perché il cliente ha bisogno non tanto di singole eccellenze, ma di strutture capaci di gestire complessità. Il brand di uno studio legale, quindi, diventa la sintesi di una promessa: rappresenta la capacità di essere affidabile, competente e coerente nel tempo. In questo momento di forte transizione è importante definire le giuste relazioni tra il master brand – lo studio – e i cognomi dei singoli avvocati che lo costituiscono. È il brand principale (e collettivo) a generare fiducia e a costruire reputazione. È un cambio culturale profondo, ancora in corso, ma ormai irreversibile.
Quanto conta oggi il naming per uno studio legale?
Anche questo aspetto sta attraversando un passaggio cruciale perché segna il superamento, anche simbolico, del modello tradizionale legato ai cognomi dei fondatori. Sempre più spesso si scelgono nomi o acronimi svincolati dalle persone e capaci di rappresentare nel tempo un’identità autonoma. Questo non significa dissolvere il valore dei fondatori o dei singoli, ma ridefinirne il ruolo all’interno di un sistema più ampio. Il nome diventa così un elemento di sintesi e di visione: deve essere riconoscibile, distintivo e coerente con il posizionamento dello studio. È un equilibrio delicato, soprattutto in questa fase di transizione in cui convivono elementi di personal e di corporate branding.
Quali sono gli strumenti della brand identity per gli studi legali?
Il branding ha ormai una natura multidimensionale. Non si limita al logo o all’identità visiva, ma coinvolge diversi livelli sensoriali e relazionali. Sicuramente la dimensione visiva e la sua declinazione nel digitale – dal sito web alla comunicazione online – restano fondamentali, ma emergono anche nuovi linguaggi sensoriali. Per esempio, per gli studi legali ha un ruolo sempre più importante il branding olfattivo, che caratterizza gli spazi fisici come elemento di forte riconoscibilità del brand. Oppure i linguaggi di brand tradotti negli elementi dell’interior design, che contribuiscono a costruire un’esperienza coerente. Inoltre, oggi, lo studio legale può anche avvalersi del suono (sound logo e temi musicali) come segno distintivo. In generale, il branding si traduce in momenti di interazione coerenti che costruiscono relazioni e rafforzano la percezione dello studio legale. Insomma, il design serve a rendere il diritto più usabile, utile e comprensibile. E gli studi legali, che sono parte attiva dell’applicazione del diritto, ne sono sempre più consapevoli nella costruzione delle relazioni con i propri clienti.
1946 – 2026: Ottant’anni di giovinezza. Buon compleanno, Vespa!
Il 23 aprile 1946 fu depositato il brevetto della Vespa, lo scooter che diventerà un simbolo del design e dello stile di vita italiano nel mondo.
Il progetto era stato voluto da Enrico Piaggio e aveva l’obiettivo di aiutare la mobilità individuale a basso costo, in un paese distrutto dalla guerra.
Corradino D’Ascanio, geniale ingegnere aeronautico, che aveva inventato in precedenza un prototipo di elicottero e brevettato l’elica a passo variabile, affrontò il tema senza considerare le logiche consuete della ciclistica (la forma delle moto dipende dal telaio, che deriva da quello delle biciclette), ma attingendo dalle sue competenze aeronautiche e dal magazzino ricambi ormai inutilizzabile. Fino ad allora, infatti, la Piaggio aveva prodotto aerei da guerra, navi e carrozze ferroviarie.
Così, il motorino d’avviamento dei motori stellari degli aerei divenne il propulsore del nuovo scooter. Analogamente, le piccole ruote con un solo ammortizzatore, disposto di lato, provenivano dai carrelli degli aerei.
La novità assoluta era nel telaio – carrozzeria a scocca portante, che conferiva alla Vespa quella forma unica e introduceva soluzioni inedite di fruizione: la posizione di guida era stata pensata secondo l’ergonomia della “normale” seduta e non richiedeva di dover scavalcare il serbatoio del carburante, come nelle motociclette; le parti meccaniche erano nascoste dalla carrozzeria (come nelle automobili) e lo scudo anteriore proteggeva le gambe del guidatore, dal fango, e anche dalle cadute…
Una rivoluzione, insomma, che si prestava a una guida facile, anche al femminile, poiché il mezzo si poteva “governare” indossando la gomma.
L’omaggio alla Vespa, realizzato da Inarea, risale al 1997 per salutare il ritorno del nome storico dello scooter, dopo la parentesi della “Cosa”, che era stata introdotta nel 1988.
Si tratta di 16 immagini, delle composizioni ottenute assemblando oggetti tra loro coerenti, in grado di ricomporre la celebre sagoma.
La grammatica visiva è quella caratteristica di Inarea, in cui elementi “umili” della quotidianità, combinati tra loro, danno vita ad altre forme: in questo caso, il mito Vespa.
Quelle interpretazioni incontrarono un immediato consenso e Piaggio decise di farne un calendario, distribuito in tutto il mondo, intitolato “The Vespa 1998 Calendar”.
E sono tuttora esposte nel Museo Piaggio di Pontedera.
Tanti auguri, Vespa, per questi ottant’anni di giovinezza!
Quando lo sport lascia un’eredità concreta
Le Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina sono già nel pieno e all’orizzonte si prospetta la Coppa del Mondo FIFA in Canada, Messico e Stati Uniti. Grandi eventi che vanno oltre lo sport e la visibilità mediatica: trasformano territori, lasciano infrastrutture permanenti, generano valore sociale e ispirano nuove generazioni. Ne parliamo con Giovanni Valentini, Chief Revenue & Marketing Officer della FIGC, per capire cosa resta davvero quando si spengono i riflettori.
Qual è la principale sfida quando si organizza un grande evento sportivo?
I grandi eventi funzionano davvero solo se lasciano un segno duraturo. La visibilità mediatica è fondamentale – i diritti tv sono il motore che porta il gesto sportivo in tutto il mondo – ma da sola non basta. La vera partita si gioca sulla legacy per il territorio: infrastrutture e servizi che devono essere pensati fin dall’inizio per il post-evento. Un impianto non può nascere come una cattedrale nel deserto, ma come uno spazio vivo, utilizzabile, sostenibile nel tempo. Ecco perché la sostenibilità non è una moda ma un evergreen: significa creare un beneficio concreto e duraturo per chi quel territorio lo abita ogni giorno.
Quanto conta il coinvolgimento delle comunità locali nella progettazione di un grande evento?
È centrale. Il territorio non deve subire il cambiamento ma sentirsi parte del progetto. Serve condivisione con istituzioni e cittadini, perché quelle opere resteranno a loro. E quando c’è un endorsement collettivo, il progetto viene accettato e valorizzato. Milano-Cortina ne è un esempio: alcune infrastrutture sono state condivise fin dall’inizio con le comunità, che oggi ne traggono benefici concreti.
Che tipo di impatto sociale generano i grandi eventi?
Enorme. Portano persone allo sport, soprattutto i giovani. Le Olimpiadi, ad esempio, accendono i riflettori su discipline che il resto dell’anno hanno poca visibilità. Basta una medaglia per creare emulazione: improvvisamente tutti vogliono fare scherma, canottaggio o sci. Le vittorie sono un motore potentissimo di partecipazione e valori positivi.
Come si mantiene vivo il coinvolgimento del pubblico oltre i grandi eventi?
Come detto le vittorie aiutano tantissimo. Ma oggi non bastano. L’attenzione media dei tifosi si è ridotta, abbiamo tutti un secondo schermo in mano e questo rende necessario raccontare lo sport in modo diverso, contaminandolo con altri mondi: musica, cinema o addirittura influencer per intercettare anche chi non è tifoso “puro”.
Nuovi e vecchi strumenti di comunicazione: come convivono?
La sfida è farli dialogare. I social media sono diventati il termometro delle campagne di comunicazione ma non sostituiscono i canali più tradizionali. Penso, ad esempio, al Museo del Calcio di Coverciano, che resta uno spazio fisico di racconto, memoria ed emozione. Oggi però anche un museo deve essere ripensato in chiave contemporanea: non solo da visitare ma da vivere e condividere perché le persone vogliono fare esperienza, scattare una foto, raccontare quello che stanno facendo. Spazi iconici, installazioni e contenuti visivi diventano così un ponte tra mondo fisico e digitale per sentirsi parte di una comunità più ampia.
E le nuove tecnologie come l’AI?
L’intelligenza artificiale è uno strumento potentissimo per i contenuti, con una qualità di immagini ormai impressionante. Recentemente l’abbiamo usata per realizzare un video augurale ai nostri tifosi che giocava su un concetto chiave: la tecnologia può creare quasi tutto, ma non può inventare la passione dei tifosi. Senza la presenza delle persone – sugli spalti, davanti allo schermo, dentro le comunità – lo sport perde il suo senso più autentico.
